Elaborare il lutto: un percorso di cura
La perdita di una persona cara e significativa rappresenta una delle esperienze più drammatiche e coinvolgenti della vita, rompe la continuità con il passato e costringe a un faticoso percorso: il lavoro del lutto, ossia il confronto con la sofferenza e il dolore, con l’assenza dell’altro e, non ultimo, il confronto con se stessi
“Sembra un lavoro talmente chiaro e concreto, nella combinazione dei due sostantivi. Invece è sfuggente, sdrucciolevole, metamorfico […]É un genere di lavoro che non avevi fatto prima, è rigorosissimo, anche se non ti sorveglia nessuno; è qualificato, ma non esiste tirocinio possibile” […]
(J.Barnes, Livelli di vita, Einaudi, 2013)
Come lavora il lutto? Come lavora chi è in lutto?
Prima di tutto c’è da riconoscere che ogni lutto è diverso non solo per la particolare qualità del legame con il defunto ma anche perché non tutti provano la stessa intensità di dolore e lo vivono per la medesima durata. Alcuni, infatti, cercano di evitare la sofferenza negando la realtà della perdita e riprendendo a vivere come se nulla fosse accaduto. Altri, all’opposto, lo portano nel loro cammino a ogni passo e per tutta la vita, rimanendo attaccati alla persona perduta, al dolore e al passato fino a rinunciare a dare senso e continuità alla propria vita.
“Forse l’unica scelta che abbiamo è decidere che cosa fare quando qualcuno di caro muore. Morire con lui. Vivere una vita mutilata. Oppure forgiare, sul dolore e sui ricordi, nuovi adattamenti. Col lutto prendiamo coscienza del dolore, lo sentiamo, sopravviviamo ad esso. Col lutto abbandoniamo i defunti e li introiettiamo. Col lutto accettiamo i cambiamenti difficili che la perdita deve apportare – e così cominciamo a porre fine al lutto.”
(J.Viorst, Distacchi, Sperling&Kupfer, 2004)
La maggioranza delle persone, pur con alti e bassi, si muove tra due opposte tendenze: l’una legata alla persona che è mancata, (quindi orientata alla perdita e all’interiorizzazione del rapporto con il defunto) l’altra alla propria sopravvivenza e al recupero di una nuova identità.
Quali prove affronta chi è in lutto?
La prima prova è quella di dover reggere il dolore che aggredisce, logora, consuma, stordisce, indebolisce, disorienta, distanzia dagli altri, talvolta paralizza e può – perfino – far perdere la ragione. Molte sono le reazioni emotive (fisiche, viscerali, espressive, psicologiche) che invadono e urgono indipendentemente dalla propria volontà.
“Mi tenevo le spalle con le mani, perchè sentivo che qualcosa di rovente mi aveva diviso il corpo in due ed ero sicura che, se non le tenevo bene, le mie due metà sarebbero cadute da una parte e dall’altra. Mi sarei rovesciata sulla terra, ero rimasta senza centro.”
(E.Rico, La morte bianca, Elliot, 2019)
“Prima è stato come ricevere un cazzotto allo stomaco, ero immobilizzata, paralizzata, senza parole, poi mi sono sentita come anestetizzata, assente e, dopo ancora, ho provato dolori alla pancia e poi su nel petto, nel cuore, dove tutto è ancora bloccato. Ci sono stati momenti in cui ho pensato di morire per le fitte di dolore, ero letteralmente piegata in due. Sono stordita, spaesata, non sono più io. Che strazio, che angoscia la sua morte, è inconcepibile che non lo abbraccerò mai più”.
(una madre orfana del figlio)
Questi pesanti effetti derivano anche dalla sofferenza per il proprio caro che è morto ed ha perso tutte le sue opportunità della vita (“Mio marito non godrà più dell’amore dei suoi figli, non li vedrà crescere“; ” Mia figlia era così giovane, non ha sperimentato nulla della vita”; ” Mia madre era una donna tutta dedita agli altri ed è morta da sola in ospedale per il Covid senza che nessuno potesse restituirle il dono della presenza che aveva donato”).
Domandarsi “e chi sono, ora?”
Ci sono però anche risonanze e difficoltà che riguardano la persona in lutto perché perdere una persona significativa e importante è anche perdere “una parte di sé” e, talvolta, nelle situazioni in cui i legami sono molto stretti e profondi, si sente di aver perso “tutto”.
“Con la sua morte, la persona amata si porta via una buona parte di noi, una manciata di anni e ricordi, una porzione di carne.”
(R.Montero, La ridicola idea di non vederti più, Ponte alle Grazie, 2019)
Chi è in lutto vive un disorientamento tale per cui non si riconosce più e la domanda che assale è fondamentalmente questa: “Chi sono io ora?”. Questo succede perché “La morte di chi si ama squilibra il centro di sé, colpisce al cuore l’identità, quella cifra segreta che ci fa essere noi, unici, con una vita inconfondibilmente nostra, solo nostra, di cui però l’altro era diventato parte costitutiva. É in quel centro di sé che avviene un sisma potente, che si alterano equilibri collaudati e tutto viene messo alla prova. Di tale sisma, nessuno, se non chi lo vive, può percepirne la forza violenta, il rischio, lo sperdimento, l’angoscia, l’altissima posta in gioco, ossia la tenuta di un equilibrio a rischio di crollo.”
(M. L. Algini, Il tempo dell’orizzonte corto, Robin 2011 )
Imparare a stare dentro il dolore
Per tornare alla luce si prospetta la necessità di intraprendere un percorso dentro sé stessi davvero impegnativo.
“Sopravvivo, ma, ogni mattina, devo rimboccarmi le maniche e mettermi a lavorare sodo per sostenere quella parte di me che è rimasta viva e continua a soffrire.”
Come ha detto una madre, “dopo i primi tempi, fatti di incredulità, strazio, angoscia, a poco a poco ci si abitua a portare questo macigno” e si cerca di ripensare alla relazione con il defunto. Anche questo costa fatica, é come rivivere tutto, passo dopo passo: emergono ricordi, episodi dimenticati, momenti significativi e importanti ma anche rancori, rabbie di non essere stati amati abbastanza, di essere stati lasciati soli, abbandonati, traditi. Emergonoe anche rimpianti di parole, di gesti non compiuti e sensi di colpa.
Il lavoro del lutto consiste nell’imparare a stare “dentro il dolore” e tollerarlo fino a renderlo familiare, riconoscibile, e a fargli perdere quella parte di pericolosità e distruttività che spesso assume. La sofferenza del lutto diventa col tempo un dolore “addomesticato” che non trafigge più come prima e serve per ricordare senza più ferire, spaventare o sedurre.
“Spesso si pensa che la soluzione al dolore sia altrove, ma è nel dolore la soluzione del dolore, sentendolo, abitandolo, assaporandolo, a poco a poco diventa parte di noi, non più un estraneo, ma un ospite scomodo, irruente, tempestoso e infine un amante e dopo la fine un pezzo di noi.”
(C.L.Candiani, Il silenzio è cosa viva, Einaudi 2018)
Quando il dolore si allenta
L’allentamento del legame di dolore permette lo sviluppo di una relazione interiore con la persona che non c’è più fisicamente ma continua a far parte parte della propria vita affettiva perché la relazione affettiva continua pur nell’assenza dell’altro,
Ma il lavoro del lutto non si completa se la persona non si dà il permesso, dopo tanto soffrire, di tornare a vivere senza sentirsi in colpa. É sempre la forza dinamica del dolore che costringe le persone, seppure con fatica e incertezza, a prendersi cura di sé scoprendo la propria interiorità ed accettando la realtà della perdita. Non è passività, ma accoglienza ed esercizio, che appartengono alla cura di sé.
Questo é il tempo della ricostruzione della propria nuova identità: non si può tornare al passato, non si è più le stesse persone. A distanza di tempo, le persone riconoscono il cammino percorso e il senso che ha avuto il dolore nel costruire la propria nuova identità.
“La vita non è più la stessa: aver sperimentato tanto dolore mi ha cambiato e fatto vedere il mondo in altro modo.”
IMMAGINE: Photo by Murat Karahan on Unsplash
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