Vivere il lutto nella comunità LGBTQIA+

Il dolore che si vive per la perdita di una persona cara è lacerante e profondo, sempre, per tutti. Ma, chi si identifica come persona lesbica, gay, bisessuale, trans, queer, intersex, asessuale deve però affrontare complessità e sfide ulteriori. Chi è in una relazione “non tradizionale”, chi ha dovuto lottare per affermare la propria identità di genere ha già spesso dovuto sopportare pregiudizi e critiche, quando non emarginazione, e il dolore di una perdita importante rende più difficile la condivisione del dolore e l’elaborazione del lutto.

La sua assenza è profonda e indicibile. Potrei elencare tutto quel che mi manca di mia moglie, ma più di tutto mi manca quello sguardo che ci scambiavamo a volte, senza parole, solo riflettendoci l’una nell’altra, per condividere con gli occhi quella sofferenza di essere stata in questo Paese una donna che amava le donne 40 anni fa, molto prima che le nostre vite si incrociassero. E poi la sofferenza si scioglieva in un tenero sorriso che ci regalavano per esprimere l’amore che sentivamo l’una per l’altra insieme alla gratitudine per esserci donate la possibilità di vivere il nostro amore alla luce del sole, nella naturalezza del sentimento che ci univa.                                  

Cinzia, moglie di Cristina

Conflitti e incomprensioni in famiglia

Il tempo subito successivo alla morte è un momento di grande fragilità, denso di apprensioni per tutti: il coming out in questa fase, quando questo non aveva avuto modo di essere agito e condiviso in precedenza, e/o il rinnovarsi di vecchi rancori, imbarazzi, giudizi e pregiudizi appesantiscono ulteriormente un momento di per sé già faticoso. La famiglia di origine così come la nuova famiglia possono avere punti di vista diversi su come affrontare il funerale, su cosa dire e condividere sulla persona che non c’è più, su chi può partecipare e chi meno alla cerimonia funebre. Il senso di esclusione è acuito in chi, giudicato per la sua condizione, non sente di poter partecipare al rito familiare della condivisione del dolore.

Quando mia madre è morta mi è arrivato un messaggio da un lontano cugino. Da anni non vedevo la mia famiglia, che non mi aveva voluto accettare. Mio padre, i miei fratelli mi avrebbero voluto al funerale? Avrei potuto essere con loro, tornare a casa almeno per quello? Volevo essere lì, riabbracciarli, salutare mamma per l’ultima volta ma avevo anche una paura pazzesca: paura del loro imbarazzo, paura di quelli che non sapevano di me, paura di non essere accolto, voluto, come era stato per anni. Ho chiesto a mio cugino di farsi mediatore, di tastare l’atmosfera. Poi mi sono fatto forza e sono andato. L’imbarazzo certo c’è stato, qualche sguardo pesante, giudicante. Qualche parola di troppo. Ma ci sono stati anche gli abbracci, le mani tese. In qualche modo ho sentito che il dolore per la perdita di mamma ci teneva insieme come non era successo da anni.

Giulio

Il peso del contesto culturale

Il peso di queste ulteriori difficoltà è proporzionale a quanto siano integrate e accettate nel proprio contesto culturale le tematiche relative all’orientamento sessuale e all’identità di genere, a quanto la relazione di coppia fosse conosciuta e riconosciuta dal contesto familiare e amicale, a quanto fosse riconosciuta e accettata l’identità di genere della persona deceduta e la sua vita.

Paure, pregiudizi, resistenze sociali, l’incomprensione della complessità dell’altrә allontanano quelli che non riescono a considerare accettabile, valido, il lutto altrui: separano genitori da figli, sorelle da fratelli, amici da parenti proprio nel tempo in cui si ha invece un bisogno estremo di vicinanza, comprensione, conforto e presenza in ascolto.

Una ricerca del 2016 1 mette chiaramente in evidenza il fatto che su un lutto vissuto come parte della comunità LGBTQIA+ si addensano ulteriori pesanti elementi di stress, barriere e difficoltà che rendono l’elaborazione della perdita ancora più dolorosa e complessa. La ricerca evidenzia anche come, sia nelle cure di fine vita che nell’elaborazione del lutto, sia necessario che la società nel suo complesso così come la popolazione dei curanti, sia consapevole delle difficoltà vissute dalle persone LGBTQIA+ e cerchi di evitare atteggiamenti e preconcetti derivanti da una concezione etero normativa.

In una società come quella italiana, dove la lotta contro l’omolesbobitransfobia e l’apertura generale della società nei confronti delle tematiche di genere è ancora molto tentennante, il dolore del lutto vissuto nell’ambito della comunità LGBTQIA+ non può che risentire del contesto culturale generale. Infatti, “Le vite queer devono prima essere riconosciute come vite per poter essere compiante nella morte. L’alternativa è che i dettami della nostra società – di stampo patriarcale, capitalista e colonialista – continuino a gerarchizzare le esistenze, le morti e anche il modo stesso di vivere il dolore”2.

È essenziale non solo che la società si apra a nuovi modelli di inclusività e all’offerta di risorse di sostegno per persone LGBTQIA+ ma anche che le (poche) risorse a disposizione per le persone in lutto siano capaci di essere aperte ed inclusive: accoglienti anche di quella che a volte viene percepita come “diversità” e capaci di andare al di là dei preconcetti, dei diversi modi in cui ognuno di noi è, per riconoscere nell’altro la sola cosa che conta, la comune umanità e il comune dolore per la persona che si è persa.

I nostri gruppi per le persone in lutto sono aperti non solo alle persone LGBTQIA+ ma chiaramente anche a genitori e partners di persone LGBTQIA+ che in questo spazio trovano condivisione e supporto.

Il lutto non riconosciuto

Si parla di lutto “non riconosciuto” quando questo non è validato e riconosciuto perché non si allinea con ciò che la società o lo specifico contesto culturale ritiene accettabile.

Solitamente, quando muore qualcuno, è normale cercare di sostenere la persona che era la più prossima, la più vicina a chi è morto e la sua famiglia. Ma se famiglia e amici non accettano l’orientamento e l’identità di genere di chi è morto, questo rischia di escludere e marginalizzare i partner e la rete amicale della persona che non c’è più, rendendoli invisibili, assenti dalla comunità in lutto, come se non avessero diritto al sostegno perché non erano in una relazione affettiva importante e riconosciuta. Chi soffre per la perdita sente che il suo dolore è invisibile, illegittimo, si sente isolato, non accettato: tutto ciò può rendere molto più faticosa l’elaborazione del lutto e avere effetti a lungo termine sul benessere mentale.

Sfortunatamente un giorno al cimitero ho incontrato sua madre accompagnata da una parente. Mi ha presentato come “un’amica di Paola”. Avrei voluto urlare no, non sono UNA, sono LA, l’unica. Sono il suo amore da vent’anni, lei è il mio amore da sempre. Ma ho avuto pietà di quella donna e ho sorriso stupidamente. A volte ci ripenso, e mi sento invece una vigliacca, non una persona pietosa. Avrei dovuto difendere Paola e la nostra vita insieme e invece l’ho rinnegata.

Lidia, fidanzata di Paola

Infatti, quando la famiglia di origine non riconosce le relazioni affettive e/o la nuova famiglia della persona che è morta, viene a mancare anche il riconoscimento dei legami così come dei valori, delle credenze e delle tradizioni di tutta la rete affettiva.

Sapevo che non avrebbe mai voluto un funerale in chiesa con preghiere, incenso, canti e le parole del prete sull’al di là. Sapevo che non avrebbe mai voluto dover indossare gli abiti che altri invece hanno scelto. Sapevo che voleva la cremazione e non l’interramento. Sapevo come avrebbe voluto che le cose andassero, ne avevamo parlato tante volte ed eravamo d’accordo. Ma non ho potuto fare niente. Non avevo nessun diritto a parlare, a scegliere: nessuno sapeva chi fossi. E se qualcuno lo intuiva, non voleva comunque saperlo, ammetterlo davanti agli altri.

Cristiana, compagna di Marina

Il dolore aggiuntivo del “doversi spiegare” o, parallelamente, del “non potersi spiegare” e la vergogna associata rendono più dolorosa e faticosa l’elaborazione della perdita.

Sono stato escluso del tutto dalla preparazione del funerale: se ne sono occupati i genitori, le sorelle. Io come se non esistessi, come se non fossi mai stato il compagno di una vita. Al funerale – ero seduto in fondo come un ultimo arrivato – qualcuno mi ha chiesto, forse colpito dall’intensità della mia emozione, chi ero: un amico? un conoscente? come lo conoscevo? Mi sono sentito morire due volte.

Dario, partner di Giovanni

Quale che sia la situazione, può essere molto difficile fare i conti con il sentimento di esclusione dal lutto e con il sentirsi incapacitati ad esprimere il proprio dolore nel modo che si sentirebbe giusto e naturale.

L’isolamento dalla famiglia di origine

Le persone della comunità LGBTQIA+ tendono ad avere delle relazioni mediamente più tese con le famiglie di origine a causa delle difficoltà che ruotano intorno all’accettazione della loro identità. Se la famiglia, quindi, non può essere fonte di sostegno quando si è colpiti da un lutto perché si sente di non poter essere se stessi e di non potersi esporre onestamente il processo di elaborazione diventa molto più faticoso e viene vissuto in modo isolato.

Ad esempio, se come persona trans ci si è allontanati dalla famiglia di origine perché non ci si sentiva accettati nel proprio genere, o perché non si è esplicitata la propria transizione, può essere difficile mettersi in contatto quando si verifica un lutto in famiglia. Ci può essere la paura di essere giudicati, di dover affrontare sentimenti di rabbia e di incomprensione.

Per alcuni, però, proprio l’evento di una morte, può essere l’occasione di riprendere contatto con la famiglia. E a volte succede che, di fronte alla morte, ci si renda conto di cosa davvero conta nella vita e di quanto è importante mantenere la famiglia unita al di là delle differenze.

Ci aveva tagliato fuori dalla sua vita da anni e si era allontanata, fisicamente, emotivamente, da noi, i suoi amici del paese in cui era cresciuta. Ogni tentativo di riprendere contatto cadeva nel vuoto, in promesse che non si mantenevano. Quando è morta (un incidente frontale) sono stati i suoi nuovi amici in città ad organizzare il funerale, a chiamarci. Solo lì abbiamo capito che aveva cambiato vita, che aveva fatto delle scelte che non avevamo immaginato. Forse aveva paura che non la capissimo, che l’avremmo giudicata. Forse era difficile spiegarsi, farsi capire. Forse è vero che all’inizio noi ci siamo rimasti male. Forse pure un po’ scioccati. Però pure noi ci siamo sentiti giudicati. È un peccato che tanto tempo, tante opportunità di stare insieme, di godere della compagnia reciproca si siano perse così.

Le persone amiche di Mara

Ricordare l’altrә in modo scorretto

Per le persone trans o per le persone non binarie avere documenti anagrafici che riflettano correttamente la loro identità di genere non è semplice. Quando qualcuno muore può succedere che il personale ospedaliero o gli operatori delle pompe funebri utilizzino il nome che la persona aveva prima del percorso di affermazione di genere. Essere testimoni della cancellazione dell’identità della persona che è morta e non poter fare nulla per contrastare questo fatto può essere molto doloroso per familiari e amici in un momento in cui sono già particolarmente vulnerabili.

La sua famiglia mi ha escluso dal funerale e non ho sentito di poter insistere. Solo dopo che Gianna è morta ho trovato il modo di andare al cimitero a trovarla. E ho scoperto con orrore che l’avevano sepolta con il nome di Gianni: la sua famiglia non aveva mai accettato che fosse una donna. Per me è stato come se morisse due volte. Mi porto dietro non solo il dolore per la sua morte ma anche un senso insopportabile di tradimento. Non l’ho difesa, non l’ho potuta proteggere: che direbbe di me?

Steffy, partner di Gianna

Pregiudizi linguistici

Anche se la società molto lentamente diventa più inclusiva e capace di accettare le persone della comunità LGBTQIA+ e i diritti dei suoi appartenenti, la lingua continua ad esprimere un pregiudizio eteronormativo in relazione ai temi dell’identità e delle relazioni:

Ad esempio, per una persona lesbica in lutto, può essere frequente imbattersi in persone che assumono la sua partner come un maschio. Oppure, chi è figlio di una coppia gay ed è in lutto per la morte del padre, può sentirsi chiedere come sta reagendo “la madre”.

Questa scarsa capacità di appropriatezza nel parlare del lutto di qualcuno può essere percepita come un fattore di insensibilità. In queste circostanze, correggere chi parla facendo assunzioni indebite, può non solo essere doloroso ma anche generare rabbia e frustrazione.

Se fate parte della comunità LGBTQIA+ e state affrontando il dolore del lutto per una persona cara, potrebbe esservi di aiuto condividere questa pagina con chi vi è vicino.

Potete anche scriverci, per mandarci la vostra testimonianza, per correggere o integrare quanto abbiamo scritto, per offrire suggerimenti, per raccontare come avete affrontato il vostro lutto: info@sostegnolutto.it

Note

1. K.Bristowe, S.Marshall, R.Harding,The bereavement experiences of lesbian,gay, bisexual and/or trans* people whohave lost a partner: A systematic review, thematic synthesis and modelling of the literature” in Palliative medicine 2016, Vol30(8), online su https://journals.sagepub.com/doi/pdf/10.1177/0269216316634601