Quanto tempo può durare il lutto?
Non esiste una risposta valida per tutti: ogni persona ha i propri tempi. L’elaborazione del lutto può durare mesi, talvolta anche anni, e dipende dalla personalità, dalle esperienze, dalle circostanze della morte e dal legame con chi non c’è più. Più che i mesi sul calendario, contano l’ascolto di sé, la relazione con gli altri e la possibilità di chiedere aiuto quando serve. Il dolore cambia, e con il tempo può lasciare spazio a nuove forme di presenza, senso e memoria.
Imparare ad accogliere il dolore
Pensare di superare questa fase in poco tempo, come vi sentirete forse dire da molti, è irrealistico. Perché un’amputazione, una ferita profonda si rimargini servono tempo e cura: così anche per il vuoto lasciato da una persona amata. Solo con il passare del tempo, con un lavoro su se stessi e molto spesso con la condivisione con altre persone può cambiare il rapporto con il proprio dolore: lo stato di sofferenza si attutisce e gradualmente la vita comincia ad apparire meno vuota e priva di senso.
“Nulla posso fare per scacciar via dal mio cuore il dolore e quindi debbo imparare ad accoglierlo, accettarlo come parte di me ed imparare a conviverci. Certo non mi piace e ancora non mi ci riconosco e istintivamente mi ribello, ma poi mi rendo conto che non serve a nulla, lui è sempre lì solido come una montagna quindi tanto vale provare a conviverci aspettando che il tempo passi e che forse imparerò a gestirlo. Il dolore è energia, energia sottilissima ma molto potente che può essere utilizzata in diversi modi: dipende da come ci poniamo ad esso e dinanzi alla vita in generale.”
“È vero che il dolore colpisce tutti e trovo anche vero che ognuno risponde a modo suo: c’è chi pensa di dover comportarsi da addolorata tutta la vita e si ritira da essa (ad un certo punto penso che soffra anche per la sua infelicità oltre che per la morte della persona amata ), e c’è chi convive con l’assenza addolcendola e aprendosi all’altro.”
Quando il dolore diventa più sopportabile
Anche se all’inizio è impossibile immaginarlo o crederci, un po’ alla volta riusciamo ad accettare la perdita: il ricordo di chi non c’è più ci porta tenerezza e consolazione. Diventa gradualmente sempre meno straziante ripensare a quello che è stato e il dolore si fa più sopportabile.
“Quando ti viene nostalgia, non è mancanza, è presenza, quando ti viene di pensare a me io sono presente.”
(Erri De Luca, Montedidio, Feltrinelli, 2008)
“Se penso agli ultimi giorni della malattia di mio marito torno a piangere come prima. Di diverso adesso c’è che riesco a sorridere davanti ai ricordi belli e che la sua assenza è diventata una “compagnia”. Adesso accolgo i due aspetti dell’assenza senza giudicarmi”.
Trasformare la propria ferita: dal dolore alla nostalgia
Non c’è nulla che possa sostituire chi si è perduto: la sofferenza non può essere evitata né negata. E’ necessario appropriarsi del proprio dolore, addomesticarlo, renderlo pensabile e vivibile aspettando che si verifichi quella trasformazione per cui la pena e la disperazione non vengono cancellate ma si tramutano in nostalgia, ricordo e, nei casi più fortunati, in forza e ricchezza interiore. Il contatto con la morte, infatti, contiene in sé la possibilità di un’esperienza radicalmente trasformatrice.
“Se mi guardo indietro ho camminato, magari esteriormente sembra tutto come prima, ma io sono un’altra persona, che ha poco a che fare con quella di prima e, se devo essere sincera, a tratti la preferisco…. in questa devastazione ho visto anche cose che forse prima non avrei mai visto, sento che la mia vita di prima scorreva più in superficie e ora sperimento a tratti un’intensità (di dolore ma anche di amore) insospettata e inaspettata. Guardando la vita attraverso il mio dolore, ho scoperto una me stessa diversa e un mondo diverso.”
I segnali di allarme
Purtroppo, non sempre e non per tutti è possibile il compimento del processo d’elaborazione del lutto in tempi rapidi e in senso positivo e trasformativo. Talvolta, infatti, di fronte agli eventi che l’esperienza del lutto provoca, non si riesce ad abituarsi ma si cade in uno stato di passività, di distruttività, ci si sente carichi di angoscia, di disperazione, di paura e ribellione. A tal punto che non si riesce neanche ad utilizzare le proprie risorse e quelle dell’ambiente per trovare un modo di andare avanti, per accettare la perdita, per dare nuovo senso alla propria vita.
Se, trascorsi dei mesi, al limite un anno, dalla perdita della persona amata, vi sentite ancora afflitti da sintomi quali inappetenza o fame insaziabile, insonnia, stati di ansia, difficoltà di concentrazione, desiderio di rimanere isolati, sensi di colpa, incapacità di pensare ad altro che alla morte, depressione, lentezza eccessiva nei movimenti e difficoltà a riprendere le normali attività quotidiane, non esitate a parlarne al vostro medico di fiducia. Sarà lui a decidere se consigliarvi di consultare un professionista (psichiatra, psicologo) e ricorrere al servizio sanitario pubblico della ASL d’appartenenza.
È importante farsi aiutare per non correre il rischio che la situazione degeneri in una forma di “lutto complicato” dal quale è più difficile uscire.
“Non c’è morte che non sia anche nascita.
Soltanto per questo pregherò.”
(Mario Luzi)
IMMAGINE: Photo by Alexandar Todov on Unsplash
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