Il vortice delle emozioni

Il periodo del lutto, a partire dal momento immediatamente successivo alla perdita, è dominato dall’alternarsi e dall’accavallarsi non solo di stati fisici nuovi ma anche dall’intrecciarsi di un vortice di emozioni diverse, spesso molto forti. Può essere utile riconoscerle, quando si presentano, per esserne consapevoli, per parlarne e per saperle meglio gestire.

Lo shock

Lo shock è la normale iniziale reazione alla morte di una persona cara: ci paralizza e coinvolge completamente, mente e corpo. Ci sentiamo fragili, lontani e disinteressati al mondo circostante; il respiro si fa corto, la bocca è asciutta, la gola ed il petto perennemente stretti in una morsa, esausti, con un senso di vuoto e di soffocamento. Presi da un vortice che ci sommerge e cancella ogni altro pensiero.

“Nessuno mi aveva detto che il dolore del lutto è così simile alla paura. Io non ho paura, eppure la sensazione è simile. Lo stesso palpito nello stomaco, la stessa irrequietezza, un continuo sbadigliare. Non faccio altro che inghiottire. Altre volte mi pare di essere leggermente inebriato, o come se avessi sbattuto con violenza la testa. C’è una coperta invisibile che mi separa dal resto del mondo. Ho difficoltà a seguire cosa mi dicono. Oppure, trovo difficile volerlo seguire. E’ tutto così indifferente. Eppure, ho bisogno che ci siano altri vicino a me. Ho il terrore del momento in cui la casa è vuota. Se solo parlassero tra di loro e non a me.”

(C.S.Lewis, Diario di un dolore, Adelphi, 1990)

Non ci si può credere

E’ del tutto normale non riuscire a credere a quanto è successo. Capita – nei primi momenti – di pensare di aver tutto immaginato o che ci sia una qualche possibilità di ritornare alla vita di “prima”; quando poi si tratta di una morte prematura e improvvisa è ancora più difficile riuscire ad accettare che la perdita sia proprio definitiva. “Sappiamo” che la persona è morta, ma nella nostra intimità più profonda non riusciamo ad accettare che non sarà più accanto a noi. Ci sentiamo confusi, impauriti e presi da un senso di panico. A tutti i costi cerchiamo di pensare ad altro, di allontanare il pensiero, di distrarci dall’evento. Ma non sempre questo è possibile e infatti si torna continuamente a chi è morto, ripensando e riesaminando ripetutamente tutti i dettagli, riparlandone in continuazione. Il bisogno intenso di parlare della persona morta è una parte normale del tentativo e della fatica di venire a patti con la perdita.

“Fin dall’inizio, tornata a casa, continuavo a parlargli, a cercarlo, a chiedergli il suo parere. Lo vedevo, spesso accanto a me. Gli davo la buonanotte, la sera. E poi, un giorno, ho fermato una persona, per strada, perché aveva una giacca uguale alla sua e per un attimo avevo pensato, sperato.”

La tristezza

Una volta che si è esaurita la violenza dello shock iniziale, sopravviene spesso una sensazione generalizzata di tristezza, di spossatezza, e il bisogno struggente e profondo della presenza dell’altro. Spesso non si ha voglia di vedere nessuno, né amici né parenti, e ci si sente sempre sul punto di piangere. Piangere, pero`, è buon un modo per liberarsi dallo stress, quindi concedetevi di piangere ogni volta che ne sentite il desiderio o il bisogno, da soli o in compagnia di chi vi è vicino. Certe volte, vi capiterà di preferire piangere in uno spazio “privato” nel quale vi sembra di essere “in pace”. Ma anche non provare nessun bisogno di piangere, è una reazione del tutto normale: per alcuni è più difficile concedersi questo sfogo anche se capiscono che gli sarebbe di giovamento.

“Non avevo altro che voglia di piangere. Ma c’erano sempre persone in giro, per casa. E poi, mi hanno insegnato che un uomo non piange. E così, mi chiudevo in garage, per poter piangere e stare da solo.

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro viaggio.”

(Eugenio Montale, Xenia II, Mondadori, 1984)

Il senso di colpa

Accettare di non essere riusciti a evitare la morte di una persona cara è estremamente doloroso: chi sopravvive si giudica spesso in modo negativo, come fosse responsabile di quella morte, quasi che, in qualche modo, l’avesse permessa. Generalmente non viviamo come se ogni giorno potesse essere l’ultimo: presumiamo di avere sempre il tempo di risolvere le tensioni, di discutere questioni in sospeso, di dire cose per le quali non troviamo mai il momento giusto. La morte improvvisa, che interrompe senza preavviso un rapporto di affetto intimo, ci mette davanti all’ineluttabile: non c’è più tempo per dire, per fare, né per porre rimedio. Ci si può sentire in colpa anche per ciò che si prova o, al contrario, per ciò che non si riesce a provare dopo la morte della persona. Spesso, anche, ci si sente in colpa per essere ancora vivi e si finisce per pensare di non avere più diritto ad alcuna felicità. Nei tempi successivi al decesso, l’immagine di chi è scomparso piano piano sembra dissolversi: la persona è sempre presente ma in modo più evanescente, i contorni si fanno meno netti. E’ facile sentirsi in colpa anche del proprio, involontario, lasciar svanire le memorie e le immagini di chi non c’è più.

Sicuramente ci si sente sempre in colpa per il senso di sollievo che accompagna la morte di una persona cara. Questo accade frequentemente quando le circostanze che hanno accompagnato la scomparsa sono state molto pesanti, ad esempio dopo una malattia lunga e dolorosa, che ha comportato difficoltà, disagi e sofferenze sia per la persona che per chi l’ha assistita. Questo sentimento, assolutamente naturale, viene espresso da tantissime persone che, nella protratta assistenza ai loro cari, hanno attraversato un periodo non solo di grande stanchezza fisica, ma anche di tensione e stress psicologico.

“E’ morto una notte. All’improvviso. Da allora non faccio che pensare a lui e rimproverarmi. Mi rimprovero di non aver capito, di non aver parlato, di non averlo protetto. Mi sento vuota, inutile, senza senso. Non so come andare avanti né come ricominciare. Piango e mi dispero e non ne posso più.”

“Finalmente era morta. Era stato un tormento, un’agonia infinita. Nessuno di noi dormiva più, nessuno di noi aveva più una vita se non accanto a quel letto. La vedevamo patire e non potevamo fare più nulla per lei. Ora era tutto finito. Mi sentivo liberata, da una parte, e sull’orlo del baratro, dall’altra. Liberata? Mai avrei potuto immaginare che la morte di mia madre mi avrebbe fatto dire una cosa simile. Questa parola mi ha perseguitato per giorni e mesi.”

La disperazione e la depressione

La disperazione inaridisce e prosciuga l’interesse per gli altri, rendendo difficile mantenere relazioni non soltanto con i parenti, ma anche con gli amici più intimi. La vita sembra non aver più né senso né significato. Si vive, anche per periodi lunghi, con l’impressione di “infischiarsene” di tutto e di tutti, ci si sente completamente indifferenti a qualsiasi cosa accada.

Chi ha subito un lutto recente vive una condizione molto simile a quella di chi soffre di depressione. Come la depressione, il lutto può provocare disturbi del sonno, della concentrazione e dell’appetito. Queste sono reazioni naturali a una perdita grave ma, se degenerano in una condizione permanente, è bene provare a parlarne con amici e anche col proprio medico, soprattutto se si arriva al punto di provare istinti suicidi.

“La vedevo tutti i giorni: appena potevamo stavamo insieme, facevamo tutto insieme ed eravamo felici perché eravamo sempre in contatto. Ora soffro talmente tanto che certi giorni penso che non ce la farò a sopportare un tale carico di dolore e mi chiedo quanto ancora potrà durare. Niente mi consola, tutto ciò che accade non ha senso perché lei non c’è più. Nulla mi aiuta e mai più qualcosa avrà significato o riempirà questo deserto di morte e solitudine in cui mia sorella mi ha lasciato.”

“Lei era tutto per me. Ora tutto è perduto. Era bella, affettuosa, amante della vita. Senza di lei non posso più vivere. La cerco ovunque, in questa casa vuota e silenziosa. Non so dove andare, non so che fare. Mi sento un morto vivente.”

Ma è possibile che non ci sia più?

Lo stato di torpore e di shock apre la strada ad un profondo senso di perdita e al dolore dell’assenza. A volte, ci ritroviamo istintivamente, naturalmente a “cercare” chi abbiamo perso: lo chiamiamo, parliamo alla sua fotografia, sogniamo che è tornato o ci pare di incrociarlo mentre camminiamo per strada. Spesso, proprio solo sulla soglia della casa, tornando dopo il lavoro, dopo una passeggiata, pieni di racconti da fare, di cose e pensieri da riferire, ci rendiamo conto che chi abitualmente c’era non c’è più. Non ci sarà più.

All’improvviso, è venuto a mancare il destinatario dei nostri pensieri e delle nostre azioni. Solo con dolore e con il passare del tempo, riusciamo a convincerci che davvero, la persona alla non c’è più. A volte, poi, abbiamo veramente l’impressione di vederlo nei luoghi abituali, di sentirlo parlare: è facile allora pensare di aver perso la testa. Durante la prima fase del lutto, queste sono esperienze frequenti e non ci si deve preoccupare.

“Ma lei mi manca. So bene che è lei a mancarmi, non lo stupido fantasma di un desiderio irreale. Mi accompagna ovunque con la sua assenza, non riesco a scrollare da me la certezza che si trovi nella sua stanza e che tra poco scenderà la scala di legno rosso per venire da me, si infilerà nel letto e parleremo a bassa voce della giornata che sta per cominciare. Devo ragionarci sopra per rendermi conto che, quando tra poco mi sveglierò, aprirò gli occhi su un’altra stanza, situata in una città diversa e lei non ci sarà. Ma il giorno non viene. Finché l’oscurità mi accoglie (e così sarà per sempre), lei è, nei miei pensieri, nel cuore di questo pensiero che porto in me, nel cuore tenero e dolente di questo pensiero che in verità non è il mio, ma il suo, un pensiero nel quale lei mi prende con sé, mi protegge, mi ama come io la amo, nel nulla assopito della notte.”

(Philippe Forest, Per tutta la notte, Alet, 2006)

“Comincio a capire perché questo dolore è così vicino all’attesa, ad una sensazione di sospensione. Nasce, questo sentimento, dalla frustrazione di tanti impulsi che erano ormai diventati abituali. Un pensiero dopo l’altro, un’emozione dopo l’altra, un’ azione dopo l’altra avevano avuto H. come destinataria. Ora non hanno più un bersaglio. Per abitudine, continuo a infilare la freccia nell’arco, poi mi ricordo e devo posare l’arco. Così tante strade mi portano da H. Ne imbocco una. Ma adesso la strada è occupata da un confine invalicabile. Un giorno così tante strade. Ora così tante strade senza sbocco.”

(C.S.Lewis, Diario di un dolore, Adelphi, 1990)

La rabbia

La rabbia, contro tutto e contro tutti, è una reazione normale alla perdita e, per certe persone, può essere estremamente intensa. Ci si sente assolutamente impotenti di fronte all’ingiustizia della vita, e si prova rabbia nei confronti di chi continua a vivere come se nulla fosse accaduto. A volte, la rabbia è specificamente diretta a qualcuno, e si sente il bisogno di prendersela con altri – il medico, amici, parenti – che sembra non abbiano fatto abbastanza per la persona prima che morisse. Ma a volte la rabbia può anche essere diretta contro noi stessi: per non essere stati abbastanza attenti, per aver permesso che la persona morisse, per non aver capito certe parole, certi indizi solo dopo rivelatisi importanti, per non aver dato all’altro abbastanza ascolto e affetto. E spesso si prova un senso di rabbia perfino nei confronti di chi è morto: perché ci ha abbandonato e lasciati da soli ad affrontare la nuova situazione.

Qualche volta la rabbia ha l’effetto di attutire la tristezza e i sensi di colpa, ma può anche essere molto invadente e determinare comunque uno stato di grande disagio. Una attività fisica intensa o anche semplicemente fare lunghe passeggiate, aiuta ad attenuare la frustrazione che la rabbia porta con sé.

“Poi un pomeriggio, circa due mesi dopo la morte di Giulia, sono stato assalito da una incontenibile ondata di rabbia: nei confronti di Giulia per essere morta, nei confronti di Dio per non essersi mostrato e nei confronti dei nostri amici, usciti di scena così presto. Ho afferrato una lampada da tavola di vetro pesante e l’ho scagliata con tutta la forza contro la finestra. Avevo un bisogno disperato di fare a pezzi e distruggere, bisogno che avevo represso per tanto tempo e che ora stava esplodendo come un vulcano. Poi, sono uscite le lacrime. Le prime lacrime che ero riuscito a versare da quando lei era morta. E sono scoppiato a piangere. Quanto ho pianto! A singhiozzi, irrefrenabili.”

 

La paura

La morte di una persona cara può indurre in chi rimane emozioni molto violente e traumatiche. Si può essere terrorizzati all’idea che un evento simile si possa ripetere, e si comincia a temere costantemente sia per la propria vita che per quella dei propri cari. Si può temere di “perdere il controllo”, o di “crollare”, o essere terrorizzati all’idea di affrontare il futuro senza la persona scomparsa, o provare gli stessi sintomi dell’attacco di panico: affanno e palpitazioni. Anche queste sono reazioni normali. Come si può reagire? Una via possono essere le tecniche di rilassamento e di meditazione, che aiutano a sentirsi più presenti a se stessi, oppure provare a elencare per iscritto le cose che fanno paura e i possibili mezzi per sventarle. Certamente, parlare con persone che hanno affrontato la stessa esperienza dà sollievo ed aiuta ad andare avanti. Col passare del tempo, si riacquista fiducia in se stessi, e la paura diminuisce di intensità.

“Non riesco ad accettare di averlo perso e ogni tanto, quando penso ai miei figli, ai miei fratelli, ad altri che amo, spero di morire subito, oggi, per non dover affrontare altre perdite strazianti.

Venne un momento, l’estate, in cui cominciai a sentirmi instabile, insicura. Mi si impigliava un sandalo e dovevo fare dei passi veloci per evitare di cadere. E se non lo avessi fatto? E se fossi caduta? Cosa si sarebbe rotto? Chi avrebbe visto il sangue scorrermi lungo la gamba? Chi avrebbe chiamato un taxi? Chi mi avrebbe accompagnato al pronto soccorso? Chi sarebbe stato con me una volta tornata a casa?.”

(Joan Didion, L’anno del pensiero magico, Il Saggiatore, 2006)

 

“Mi sentivo senza direzione, non sapevo che fare e ogni giornata davanti a me sembrava interminabile. Potevo uscire, ma avevo paura. Non volevo vedere persone che facevano cose normali di tutti i giorni e pensare che, loro, vivevano senza problemi. Il rumore del traffico mi atterriva. Mi sembrava aggressivo e non potevo non pensare che qualche macchina avrebbe perso il controllo e mi avrebbe investito.”

Nulla ha più senso

La morte può sconvolgere tutto ciò in cui si è creduto: il nostro modo di vedere il mondo, il nostro posto nel mondo, gli obiettivi della nostra vita, il senso del nostro passato. All’improvviso, ci si sente senza più punti di riferimento, senza metri di giudizio. Per alcuni, la fede può essere di aiuto; per altri si tratta di iniziare un nuovo cammino di ricerca. La morte di una persona cara ha come conseguenza una messa in discussione della propria vita, una riconsiderazione di cosa veramente conta, e, per molti, la scoperta di nuovi significati per il futuro.

“Una sola persona ci manca. E tutto intorno è deserto.”

(Alphonse de Lamartine, L’isolement, in Méditations poetiques, 1820 [nostra traduzione]

 

IMMAGINE: Photo by Johannes Plenio on Unsplash

 

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